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RICOSTRUZIONE:Pochi soldi e in vent'anni Tutte le scelte a Roma Napolitano firma il decreto legge, oggi in Gazzetta |
Articolo di: Andrea Palladino Fonte: il Manifesto Genere: Cronaca Zona: Provincia di L'Aquila del: 30-04-2009 ore 19:23:35
Vent'anni per la ricostruzione e soldi subito solo per le new town berlusconiane. Tante piccole città, sparse tra le montagne che circondano L'Aquila, prefabbricati che rischiano di diventare case definitive per i più deboli, per chi non si potrà permettere la ricostruzione pagando cash. O per chi ha perso la casa ma non il mutuo, per chi non riuscirà più a trovare lavoro, trovandosi chiuso in una casetta di 50 mq, con le mura in cemento compresso. Questo è il piano - ormai ufficiale - firmato ieri dal presidente della Repubblica Napolitano per il dopo terremoto, partorito nell'ultimo Consiglio dei ministri che si è tenuto a L'Aquila giovedì 23 aprile. Un decreto che mostra il grande bluff che si cela dietro la passarella di Berlusconi, di Bertolaso e dei ministri tutti. Dei 12 miliardi stimati solo dieci giorni fa rimane, in sostanza, ben poco. Di soldi certi ci sono solo 1,152 miliardi per quest'anno, che serviranno per finanziare la costruzione dei prefabbricati e per sistemare qualche strada. Il resto sarà centellinato fino al 2032, con altri 5,8 miliardi di cui 2,9 che lo stato manderà in Abruzzo solo nel 2033.
Il piano rischia dunque di abbandonare le popolazioni nelle case provvisorie - ma non troppo - per un lunghissimo tempo, lontane dai centri delle città o dalle scuole, da dove si hanno radici e quel poco che il terremoto ha lasciato. L'ipotesi Berlusconi di una nuova città prende dunque corpo, spalmata su 15 siti, centralizzando tutte le decisioni di questa fase cruciale nella mani della protezione civile. «La cosa più grave - racconta Enrico Perilli, capogruppo di Rifondazione nel consiglio comunale de L'Aquila - è che, sulla costruzione delle new town, non hanno sentito la popolazione locale e i consigli comunali». Esattamente quello che ha denunciato ieri il presidente della Regione Marche, Spacca, parlando di «una tendenza neocentralista» nel modello di ricostruzione che si sta prefigurando in Abruzzo, «molto diverso da quello marchigiano in cui hanno avuto un ruolo centrale gli enti locali». Il rischio maggiore, spiega chi ha vissuto il terremoto ed ora teme catastrofi d'altro tipo, è che queste cittadelle possano trasformarsi in strutture che in futuro dovranno essere rottamate o difficili da mantenere. O peggio ancora, che distruggano il paesaggio, vero patrimonio di questa terra, punto di partenza per ogni possibile ricostruzione.
Di posti di questo tipo la zona è già piena. Ad Assergi c'è ancora oggi il villaggio Cogefar - la società poi confluita in Impregilo, che si è occupata anche dell'ospedale di L'Aquila - dove vivevano i lavoratori che scavarono la montagna del Gran Sasso, per costruire il tunnel e il laboratorio di fisica nucleare. Un villaggio ormai fantasma, contaminato dall'amianto. «Avrebbero potuto, ad esempio, riqualificare questi posti, con un doppio impatto positivo sul territorio - continua Enrico Perilli - non rovinare il paesaggio e le montagne e bonificare antichi siti contaminati». A Monticchio c'è poi la zona delle case popolari, prima isolate nel nulla, poi inghiottite dal terremoto: anche qui sorgerà un new village, aggiungendo alla desolazione la provvisorietà all'italiana.
La notizia del piano casa in versione abruzzese al consiglio comunale di L'Aquila l'ha data giovedì scorso Guido Bertolaso. Era atteso Berlusconi, ma all'ultimo momento ha disertato l'appuntamento. Il commissario alla protezione civile ha spiegato che tutte le case saranno antisismiche. Ma poi se n'è andato senza rispondere alle domande che i consiglieri avrebbero voluto rivolgerli. Le case prefabbricate - che nelle simulazioni in computer grafica appaiono come una sorta di villaggio a forma di U, con palazzine di tre piani molto spartane - dovranno accogliere almeno 12 mila sfollati. Una cifra che potrebbe salire alla fine delle verifiche di agibilità, che per ora hanno riaperto le porte solo di 307 immobili. Una goccia, e il resto è un'intera città da riscostruire. I sistemi antisismici hanno la firma dell'Eurocentre di Pavia, da dove l'ingegner Gian Michele Calvi coordina il gruppo di lavoro che progetta gli edifici dei villaggi per gli sfollati. «Siamo una fondazione noprofit - ha spiegato Calvi - e un centro di competenza della protezione civile». Non conoscono, a Pavia, l'esatta dislocazione dei 15 villaggi, «sappiamo però che ci sono 20 siti in fase di valutazione», aggiunge Calvi. Sul tutto c'è ancora una sorta di segreto di stato, confermando la linea di militarizzazione dell'emergenza seguita dal governo Berlusconi, dalla Campania all'Abruzzo. La stessa gestione della costruzione delle case prefabbricate - che dovrà comprendere le opere di urbanizzazione, come l'acqua potabile, l'elettricità, le fognature e le strade - sarà centralizzata. L'affidamento dei lavori e il controllo passeranno fuori dall'Abruzzo e nessuno ha ancora informato la popolazione su come avverrà l'assegnazione delle case e quali saranno i tempi. La pioggia di questi giorni è infatti solo il preludio di quello che accadrà già a fine agosto, quando nelle montagne abruzzesi il freddo inizia a diventare intenso. Pochissimi mesi, dunque, e una gestione emergenziale che non coinvolge i diretti interessati.
Sarà questo oggi il tema principale di un incontro in comune tra i consiglieri, che cercheranno di capire dalla giunta quali sono i veri piani del governo e, soprattutto, come fare per poter dare voce alla città. Anche perché, come si è visto ieri, i tempi della ricostruzione potrebbero diventare eterni. Gli anziani - i più colpiti - con un tempo ventennale per il recupero dei borghi distrutti, rischiano di non vedere mai più i paesi della loro vita. |
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